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Faenza
Magica - Morena Poltronieri, Ernesto Fazioli - €
16,50
Il
Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza è lo scrigno prezioso di
questa magia. L'istituzione nacque nel 1908, organizzata da Gaetano
Ballardini, che ricostruì il museo dopo l'ultimo evento bellico, nel
1944. Il museo era nato con lo scopo di raccogliere i segni più
caratteristici di quest'arte, per lasciare una traccia al mondo intero
della tecnica incantata d'impastare l'argilla con l'acqua. La terra e
l'acqua sono due preziosi elementi vitali che, attraverso l'energia del
calore e la forza dell'aria, si congiungono per dare vita e forma ad un
insieme materico, ricco di suggestioni magiche. Il profondo significato
di quest'unione porta la memoria dei miti antichi, dove la vivida
immagine della ceramica era associata alla creazione della vita, alla
nascita dell'uomo. La Grande Madre, unione mistica di Acqua e di Terra
ha sempre rappresentato, nell'antichità, il principio generativo,
fecondo e ricettivo, simbolo della materia prima e sorgente di vita.
Essa attendeva un anelito attivo e fecondante, proveniente dal Cielo -
il fuoco divino che si libra nell'aria - che la rendesse gravida di
vita. A questo proposito, Elémire Zolla afferma nel suo testo Le
Meraviglie della Natura: Gli antichi sentivano infatti che era il
mobile, lingueggiante fuoco a cesellare i corpi… E quando alla mano
dell'uomo, sostituendosi a quella che invisibilmente dà forma al cosmo,
foggi nuovi corpi, lo fa in fornaci dove plasma pani, mattoni,
ceramiche, leghe metalliche grazie al calore del fuoco. La maiolica
è composta dalla terra, così come lo smalto, le vernici e i pigmenti
colorati. La terra rappresenta anche la cosiddetta via secca, ovvero la
via magica per giungere all'elevazione attraverso la mente, la strada
della ragione che si completa con la via umida, ovvero il canale
emozionale e sensibile, rappresentato dall'acqua, l'elemento che
purifica e che libera dalle scorie materiali, necessario per amalgamare
la materia. Il tutto, poi, viene forgiato dal fuoco, che attraverso
l'aria si alimenta e permette di vivificare la grande Opera. Per questo,
il lavoro della ceramica rappresenta l'unione dei quattro elementi che
compongono la vita: Fuoco, Terra, Aria e Acqua, capaci di trasformare il
microcosmo (terra informe), in macrocosmo (terra lavorata). Così, Arupu,
dea del poema bailonese Epopea di Gilgamesh, plasmò il primo uomo con
argilla e terra, secondo una tecnica nota fin dal Neolitico. Khnum,
signore del tornio, dio dalla testa di Ariete dell'antico Egitto, fece
lo stesso; come vasaio cosmico diede vita all'argilla ed al suo doppio,
anticipando la creazione del mondo, intesa come uovo universale
primordiale o seme archetipale, simbolo della totalità e dell'integrità.
Anche seguendo i dettami del favoloso Ermete Trismegisto, l'uomo venne
creato plasmando la terra e, divenuto vivente, volle ripetere l'atto
creativo egli stesso, per assonanza al divino che l'aveva creato.
Quest'immagine fa trasparire un concetto spirituale-maschile, che si
sovrappone alla rappresentazione dell'anima cristiana. Infatti, anche
nella Genesi, il signore Jahvé creò l'uomo con la polvere e Adamo
nacque per mezzo del limus, termine tradotto nel Medioevo con le parole
argilla o colla; quest'immagine fu ampliata da santa Ildegarda da Bingen
che vide l'uomo nascere da argilla e da acqua, cotti insieme col fuoco
dell'anima, causa formante la carne ed il sangue. Nelle Metamorfosi,
Ovidio narrò di un dio creatore o spettatore della creazione dell'uomo,
attraverso l'impasto della terra con acqua piovana. La terra è anche
significatrice della Grande Madre adorata nelle antiche civiltà, ed
evoca le figure di Giunone, Iside, Gea e Pandora, invocate nei riti
iniziatici. Ecco che, la figura del vasaio, si lega a quella
dell'alchimista, che prende la terra nera delle montagne, per donargli
la sua impronta, per renderla sacra. Non a caso, tutto il lavoro del
vasaio, ripete precisamente le fasi alchemiche, affinché la terra
grezza cresca e maturi, così come avviene per le pietre preziose nel
grembo della madre terra. Infine, l'azione del fuoco agisce come
catalizzante, elemento di fissaggio dell'opera, che è stata aerata e
seccata dall'aria, per avere la giusta consistenza. Questi concetti non
sono affatto nuovi, se si pensa alle osservazioni realizzate da
Piccolpasso nei suoi Libri dell'arte del vasaio (1558). Anche il senese
Vannuccio Biringuccio aveva trattato questo tema nella sua opera
Pirotechnia (1540), che rappresenta il manuale del ceramista. In questi
testi viene descritto l'operato del ceramista come un insieme di segreti
e rituali sacri, attraverso i quali la materia viene lavorata,
purificata e, infine, bloccata. Così, il vaso che esce dalla prima
cottura, il biscotto o bistugio, equivale alla pietra perfetta, che è
in grado di rendere pura ogni cosa che tocca. Il significato del vaso,
come riporta il Tao-tè-ching, consiste nel suo vuoto, ovvero in ciò
che non c'è, per cui la caverna-vaso, accoglie lo spirito divino che lo
feconda. Fino dall'antichità, il compito di custodire il fuoco,
preparare i cibi, creare il vasellame era compito della donna, e quindi
attributo femminile, ovvero inteso come recipiente. Per questo,
riscontriamo la nascita di albarelli e orcioli per unguenti, per
medicinali, spezie e profumi, da conservare e trasportare. La copertura
che serviva per impermeabilizzare la terra rossa e renderla chiara,
veniva chiamato Albedo, un chiaro riferimento all'Opus alchemica, che
vedeva, dopo la Nigredo, ovvero la mortificazione della materia, la sua
spiritualizzazione. Questo procedimento derivava dall'antica cultura del
mondo islamico, e nella nostra storia trova richiamo, in un trattato di
alchimia del XIV secolo, ovvero La Preziosa Margherita, di Pietro Bono
Lombardo da Ferrara. Questo lavoro tratta di misture vetrificanti
ottenute dalla calcinazione di piombo e stagno. Nello stesso tempo,
questo concetto era inserito in un preciso contesto, che ebbe per tema
il tesoro degli alchimisti, ovvero la Pietra Filosofale, che riprendeva
molti trattati del passato legati a famosi alchimisti come Arnaldo da
Villanova, Raimondo Lullo, Razes, Alberto Magno e Michele Scoto. L'opera
fu pubblicata dopo due secoli dal calabrese Janus Lacinius, con
illustrazioni. Quest'opera descrive l'alchimia con un simbolismo
semplice, che permette un contatto chiaro con la materia, basato sulle
immagini di un re e del figlio che prega, alla sua morte. Il re è
descritto con la parola oro, che acquisisce diverse interpretazioni. Oro
significa prego, dal verbo orare, ma sta anche per il latino ros,
rugiada o sudore - termine spesso usato in alchimia per denotare la
materia prima e le sue lavorazioni - e per rosa, dove la rosa è un
simbolo ermetico. Inoltre, esso rappresenta il metallo aureo per
eccellenza, rappresentazione del concretamento dell'Opera alchemica ed
in ebraico or significa Luce. |